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Ripensare il carcere e riformare il Corpo di Polizia Penitenziaria #adessonews


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Quando si parla di carcere è sempre molto forte la tentazione di sviluppare ragionamenti ispirati a singoli eventi o a specifiche questioni, che occasionalmente ed improvvisamente fanno diventare interessante il dibattito sul mondo penitenziario. Se il carcere è in larga misura destinato a raccogliere il disagio sociale, è evidente che è chiamato a compiti molto diversi dall’equazione reato-pena, per cui ha bisogno di essere aiutato dal territorio.

Le carceri italiane le più sovraffollate d’Europa

Importante è partire da dati oggettivi. Le carceri italiane, ad esempio, sono le più sovraffollate dell’Unione europea. È quanto indicano i dati contenuti nel rapporto del Consiglio d’Europa ‘Space’ che fotografa ogni anno la situazione dei sistemi penitenziari nei paesi membri dell’organizzazione paneuropea.
Il sovraffollamento può peggiorare le capacità dell’Amministrazione di tenere distinti i detenuti in base alla loro posizione giuridica, anche per il numero molto elevato di quelli in attesa di giudizio – circa il 45% – e di condannati a pene molto brevi.

Troppi malati mentali e tossicodipendenti

Questo quadro complesso è reso ancor più difficile dalla eterogeneità della popolazione ristretta, in gran parte costituita da stranieri, da tossicodipendenti e da persone con problemi mentali. Si tenga conto che le carceri italiane sono dei ‘lazzaretti’: l’80% dei quasi 70 mila detenuti ha infatti problemi di salute, più o meno gravi: il 38% versa in condizioni mediocri, il 37% in condizioni scadenti, il 4% ha problemi di salute gravi.

I numeri dei detenuti

Alla fine del gennaio 2020 in Italia c’erano 120 detenuti per ogni 100 posti, anche se il nostro Paese non è l’unico dell’Unione europea ad avere il problema delle carceri sovraffollate. Il record negativo spetta alla Turchia, con 127 carcerati per ogni 100 posti, e dove secondo i dati ci sono in media 11 detenuti per ogni cella, mentre in Italia questa media è del 1,9.
A livello Ue nello stesso periodo in Belgio c’erano 117 detenuti per ogni 100 posti, in Francia e Cipro 116, in Ungheria e Romania 113, in Grecia e Slovenia 109.

Due strade per risolvere la questione

Secondo Marcelo Aebi, professore responsabile per il rapporto Space, se si osservano i trend della popolazione carceraria in Italia dal 2000, il Paese sembra avere due strade per risolvere la questione del sovraffollamento.
La prima è “ridurre la durata delle pene“, e la seconda è “di costruire più prigioni“, anche perché, afferma Aebi, “le amnistie, come quella del 2006, non risolvono il problema”.

Gli effetti della pandemia

Nel rapporto è evidenziato che la pandemia da Covid-19 ha contribuito a ridurre la popolazione carceraria in Europa tra gennaio 2020 e gennaio 2021 in tutta Europa.
Questa diminuzione si spiega principalmente con la riduzione di alcuni tipi di reati a seguito delle restrizioni alla circolazione durante la pandemia, con il rallentamento dei sistemi giudiziari e con i programmi di rilascio istituiti in alcuni paesi per prevenire o frenare la propagazione del Covid-19.

La situazione a livello europeo

Il 31 gennaio 2021, si contavano 1.414.172 detenuti in 49 amministrazioni penitenziarie degli Stati membri del Consiglio d’Europa che hanno fornito queste informazioni (su un totale di 52), il che corrisponde a un tasso di popolazione carceraria in Europa di 102 detenuti ogni 100.000 abitanti.
Nelle 48 amministrazioni penitenziarie per le quali sono disponibili tali informazioni sia per il 2020 sia per il 2021, questo tasso scende da 104,3 a 101,9 detenuti ogni 100.000 abitanti (-2,3%). I paesi con i più alti tassi di detenzione al 31 gennaio 2021 erano la Russia (328 detenuti ogni 100,000 abitanti), la Turchia (325), la Georgia (232), l’Azerbaigian (216), la Slovacchia (192), la Lituania (190) e la Repubblica ceca (180).
Se si omettono i paesi con meno di 300.000 abitanti, i tassi di detenzione inferiori sono stati osservati in Islanda (41), Finlandia (43), Republika Srpska (Bosnia-Erzegovina) (50), Paesi Bassi (54) e Slovenia (54).
L’Italia, che conta complessivamente alla data del sondaggio 53.329 detenuti, resta tra i Paesi con il maggiore sovraffollamento carcerario considerando una capienza complessiva di 50 551 posti nel sistema carcerario (tasso di affollamento 105,5%).
La classifica vede la Romania al primo posto (119 detenuti ogni 100 posti letto), seguita da Grecia (111), Cipro (111), Belgio (108), Turchia (108) e Italia (106). Nel 2020 la densità carceraria era anche superiore a 100 persone ogni 100 posti disponibili in Francia (104), Svezia (101) e Ungheria (101).

La situazione italiana

L’Italia è fra i paesi con il più alto numero di soggetti detenuti in assenza di sentenza definitiva: su 53.329 detenuti di cui 16.118 in attesa di sentenza definitiva.
In Italia ci sono 29 minori che vivono in carceri con le loro madri e possono continuare a vivere con loro sino all’età di sei anni. In Italia 6.479 detenuti devono scontare una pena compresa tra 10 e 20 anni di reclusione, 2.410 detenuti una pena superiore a 20 anni di reclusione e 1.783 sono reclusi a vita.
Nel rapporto è stato evidenziato che il cd decreto Cura Italia (DL n. 18/2020) che prevedeva il trasferimento ai domiciliari dei condannati con pena, anche residua, fino a 18 mesi di reclusione (misura prorogata dal d.l. n. 137 del 2020), ha determinato una riduzione del tasso di incarcerazione che è diminuito dell’11,1%.

Salute più vulnerabile per i detenuti rispetto alla popolazione generale

Ma c’è anche un altro dato che deve fare seriamente riflettere: la popolazione detenuta della Regione europea dell’Organizzazione Mondiale della Sanità OMS è composta da oltre un milione e mezzo di persone e la loro salute è più vulnerabile di quella della popolazione generale.
Secondo l’OMS Europa, le politiche sanitarie delle prigioni dovrebbero prendere in considerazione più aspetti rispetto al passato, quando l’attenzione era mirata soprattutto alla prevenzione di malattie infettive e incidenti.
Il report “Addressing the NCD burden in prisons in the WHO European Region: interventions and policy options”, pubblicato a maggio 2022, fornisce una panoramica sulle disuguaglianze di salute della popolazione che vive nelle carceri della Regione europea dell’OMS. Il report fornisce anche una nuova visione sui fattori di rischio delle malattie croniche affiancando a fumo, alcol, sedentarietà e alimentazione scorretta anche i rischi ambientali ed effetti di un accesso limitato all’assistenza sanitaria.

Le indicazioni dell’OMS per ridurre i rischi di malattie non trasmissibili in carcere

l rapporto dell’OMS evidenzia un nuovo approccio per ridurre i rischi di malattie non trasmissibili nelle carceri.
“Le malattie non trasmissibili causano il 71% dei decessi a livello globale e rappresentano una sfida per i sistemi sanitari. Tuttavia, le malattie non trasmissibili sono scarsamente riconosciute come un importante problema sanitario nelle carceri, dove l’obiettivo principale è stato tradizionalmente la prevenzione delle malattie infettive e degli infortuni”, ha infatti affermato il dott. Hans Henri P. Kluge, Direttore regionale dell’OMS per l’Europa. “Il sotto investimento nelle malattie non trasmissibili testimoniato nella società in generale è amplificato nelle strutture carcerarie, dove le malattie non trasmissibili non sono ancora considerate una priorità”.
A livello globale, si stima che circa 30 milioni di persone, la maggior parte delle quali soffre di molteplici svantaggi, si muovano ogni anno tra carceri e comunità.
Per alcune persone della Regione il carcere è un luogo dove per la prima volta nella loro vita si accede ai servizi sanitari.
Secondo la nuova pubblicazione dell’OMS, le politiche sulle malattie non trasmissibili nelle carceri dovrebbero concentrarsi su più fattori sanitari rispetto a prima, allinearsi con gli approcci raccomandati dall’OMS e tenere conto delle specificità dell’ambiente carcerario sia nella progettazione che nell’attuazione di interventi e politiche.

Le malattie cardiovascolari in carcere

Il rapporto dell’OMS riassume i dati di una recente ricerca sulle disuguaglianze NCD che devono affrontare le persone che vivono nelle carceri. La prevalenza di malattie cardiovascolari negli individui di età superiore ai 50 anni che vivono nelle carceri in Europa è oltre 3 volte superiore a quella della popolazione generale.

Le malattie respiratorie in carcere

Si dice che le probabilità di avere una condizione respiratoria, inclusa l’asma e la broncopneumopatia cronica ostruttiva, siano 3-6 volte superiori tra gli individui nelle carceri rispetto alle comunità esterne.

Le malattie psicotiche e depressive in carcere

Rispetto alla popolazione generale, le persone nelle carceri hanno tassi di malattie psicotiche e depressione maggiore che sono 2-4 volte più alti e tassi di disturbo antisociale di personalità che sono 10 volte più alti.

La situazione negli Stati Uniti ed in Canada

I dati provenienti dal Canada e dagli Stati Uniti d’America mostrano che alle persone nelle carceri viene diagnosticato un cancro cervicale a tassi 4-5 volte superiori e corrono un rischio di morte per cancro che è 1,4-1,6 volte superiore rispetto alle persone nelle comunità esterne. Le malattie non trasmissibili esistenti mettono gli individui infetti da SARS-CoV-2 a rischio maggiore di COVID-19 grave o morte.
Nuovo approccio per ridurre i rischi di malattie non trasmissibili nelle carceri – Per diversi decenni, l’OMS si è concentrata sui 4 fattori di rischio NCD più significativi nei luoghi di detenzione: consumo di tabacco e alcol, bassi livelli di attività fisica e diete squilibrate.

Il rapporto OMS non convince fino in fondo

Ma questo rapporto dell’OMS condivide una visione rinnovata che include l’inquinamento ambientale e i fattori sanitari sistemici come cause di preoccupazione.
“Nelle carceri, molti fattori di rischio di malattie non trasmissibili si sovrappongono e hanno un effetto negativo cumulativo sulla salute”, ha spiegato la dott.ssa Carina Ferreira-Borges, responsabile del programma di alcol, droghe illecite e salute carceraria presso l’OMS/Europa.
“Ad esempio, si stima che i rischi ambientali siano responsabili di quasi un quarto dei decessi e l’accesso limitato all’assistenza sanitaria può lasciare molte condizioni sottostanti, come ipertensione e diabete, incontrollate”.
Il rapporto dell’OMS sottolinea la necessità di dati più completi che le strutture di detenzione possano raccogliere e condividere tra loro per migliorare le politiche.

I corsi per gli operatori sanitari carcerari

Per sviluppare le capacità correlate tra il personale sanitario carcerario, l’Ufficio europeo dell’OMS per la prevenzione e il controllo delle malattie non trasmissibili ha annunciato un corso di formazione speciale chiamato “Innovazione nella politica e nell’azione delle malattie non trasmissibili: un corso per gli operatori sanitari carcerari”, invitando tutti gli Stati membri a partecipare.

Il ruolo della Polizia Penitenziaria

In questo complicato e difficile contesto, va evidenziato il ruolo degli appartenenti al Corpo di Polizia Penitenziaria. La consistente presenza di detenuti con problemi psichiatrici, in particolare, è causa da tempo di gravi criticità per quanto attiene l’ordine e la sicurezza delle nostre carceri. Il personale di Polizia Penitenziaria è stremato dai logoranti ritmi di lavoro a causa dei violenti e continui “eventi critici”: ogni giorno giungono notizie di aggressioni a donne e uomini del Corpo in servizio negli Istituti penitenziari del Paese, sempre più contusi, feriti, umiliati e vittime di violenze da parte di una parte di popolazione detenuta che non ha alcuna remora a scagliarsi contro chi in carcere rappresenta lo Stato. Ed è grave che, pur essendo a conoscenza delle problematiche connesse alla folta presenza di detenuti psichiatrici, le Autorità competenti non sia ancora state in grado di trovare una soluzione.

Ogni giorno nelle carceri succede qualcosa

Ogni giorno nelle carceri italiane succede qualcosa, ed è quasi diventato ordinario denunciare quel che accade tra le sbarre. Così non si può andare più avanti: è uno stillicidio continuo e quotidiano. Anche la gestione dei detenuti con problemi psichiatrici, che hanno invaso le carceri dopo la chiusura degli O.P.G. e fatto aumentare il numero degli eventi critici, merita attenzione ed una urgente e compiuta risoluzione, utili a garantire la sicurezza e l’incolumità del personale di Polizia Penitenziaria.

L’Amministrazione Penitenziaria come Ponzio Pilato

Piuttosto che pensare alle tutele ai poliziotti, dunque, a come consentire di contrastare le aggressioni, le colluttazioni (8.063 nell’ultimo anno!) e i ferimenti (1.087) che si verificano costantemente, con poliziotte e poliziotti contusi, offesi e feriti e addirittura colpiti dal lancio di feci e urine dei detenuti, con celle devastate ed incendiate, con i frequentissimi episodi di autolesionismo (11.295) che mettono a rischio anche la tutela e la sicurezza personale degli Agenti; anziché pensare a sospendere la folle vigilanza dinamica ed il regime detentivo aperto, che sono causa della crescita esponenziale degli eventi critici in carcere, l’Amministrazione Penitenziaria tergiversa ponziopilatescamente.
Quasi mancasse, sostanzialmente, la consapevolezza di avere alle proprie dipendenze un Corpo di Polizia dello Stato, al quale appartengono decine di migliaia di donne e uomini con un grande senso di appartenenza e di orgoglio che li ha aiutati a superare con grande competenza e professionalità le terribili rivolte del marzo 2020 e li aiuta a “reggere” un sistema penitenziario sovraffollato ed al tracollo.
Vi è, poi, un ulteriore aspetto culturale e simbolico su cui è lecito lanciare una provocazione e contestualmente richiedere una riflessione.

Il carcere come istituzione appare superato

Il carcere come istituzione lo riteniamo superato perché non è più un deterrente ma è considerato un contenitore nel quale si getta tutto ciò che la società non accetta: noi riteniamo che l’indulto approvato nel 2006 è stata una grande occasione persa.
Ad esso dovevano seguire le riforme strutturali per prevedere un carcere invisibile sul territorio a cui affidare da un lato tutti coloro che commettono un reato che non crea allarme sociale e, dall’altro, un carcere di massima sicurezza, per i 41 bis, o comunque riservato ai soggetti che si macchiano di gravissimi reati. Ora, come allora, serve una nuova politica della pena, necessaria e indifferibile. E serve sviluppare un nuovo orizzonte operativo anche per il Corpo di Polizia Penitenziaria.

Necessario un ripensamento organico del carcere e dell’Istituzione tutta

È necessario un ‘ripensamento’ organico del carcere e dell’Istituzione tutta, prevedendo un maggiore ricorso alle misure alternative alla detenzione e l’adozione di procedure di controllo mediante strumenti elettronici o altri dispositivi tecnici (come il braccialetto elettronico) che hanno finora fornito in molti Paesi europei una prova indubbiamente positiva.
Fino a qualche decennio fa si era riusciti a portare al centro dei problemi della sicurezza e della giustizia il mondo delle carceri, avviando un profondo processo di riforma, coniugando sicurezza con ragionevolezza, sicurezza con trattamento, sicurezza con umanità.
Tutti noi Polizia Penitenziaria ci sentiamo fortemente coinvolti e motivati, consapevoli che ci sia una reale attenzione da parte della opinione pubblica, delle Istituzioni e della politica, ma purtroppo il processo di rinnovamento e di riforme si è incomprensibilmente fermato mentre si è fatta strada la rassegnazione che le cose debbono andare così.

Il reinserimento del detenuto

È statisticamente provato che guadagnare la libertà in modo graduale, con un tutoraggio e un accompagnamento sul territorio da parte degli operatori, abbatte sensibilmente la recidiva.
Il lavoro all’esterno rappresenta un modo concreto per sperimentare la volontà reale del detenuto di lavorare e di reinserirsi nella società civile. Più attività lavorative in carcere fanno acquisire la consapevolezza di essere protagonisti loro stessi del proprio futuro.
Bisogna pensare un carcere che non peggiora chi lo abita, non lo incattivisce, non crea nei suoi abitanti la convinzione di essere una vittima: questi risultati si possono realizzare con il coinvolgimento del sociale. E se la pena evolve verso soluzioni diverse da quella detentiva, anche la Polizia Penitenziaria dovrà spostare le sue competenze al di là delle mura del carcere, parallelamente all’affermarsi del suo ruolo quale quello di vera e propria polizia dell’esecuzione penale.

Il carcere solo come extrema ratio

In questa prospettiva, quindi, anche il carcere dovrebbe essere riservato solo a quei detenuti che hanno commesso reati di particolare allarme sociale e quindi passare da contenitore sociale indifferenziato ad ipotesi residuale mediante l’ampliamento detta platea delle misure alternative ad effetto deflattivo la cui esecuzione, vigilanza e controllo sarebbe affidata ad un apposito contingente della Polizia Penitenziaria.
Il controllo sulle pene eseguite all’esterno, su permessi premio (16.158 quelli concessi nel solo 2021, con 23 evasioni pari all’0,1%) e sull’adozione del braccialetto elettronico, oltre che qualificare il ruolo della Polizia Penitenziaria, potrà avere quale conseguenza il recupero di efficacia dei controlli sulle misure alternative alla detenzione.
Efficienza delle misure esterne e garanzia della funzione di recupero fuori dal carcere potranno far sì che cresca la considerazione della pubblica opinione su queste misure, che nella considerazione pubblica, non vengono attualmente riconosciute come vere e proprie pene.

Gli errori del DAP nella gestione della Polizia Penitenziaria

In questi ultimi anni abbiamo assistito ed assistiamo ad una serie continua di provvedimenti sbagliati e gravi, come ad esempio l’imposizione dei numeri degli organici del Corpo negli Istituti e servizi penitenziari senza alcuna logica, la soppressione delle Centrali Operative Regionali della Polizia Penitenziaria – che controllano i trasporti dei detenuti in tutto il Paese sui mezzi del Corpo, i piantonamenti, i sistemi stessi di sicurezza delle carceri – che segue la scelta scellerata di chiudere sul territorio carceri e Provveditorati regionali dell’amministrazione penitenziaria – alla faccia delle pruriginose dichiarazioni di impegno sull’importanza della territorialità della pena, specie in relazione al mantenimento dei rapporti familiari per i detenuti e dei rapporti di collaborazione con gli Enti locali nonché all’altrettanto invocata volontà di creare Commissariati e Nuclei di Polizia Penitenziaria per il controllo reale di tutta l’area penale esterna… – in ragione di supposte razionalizzazioni, oppure l’affidamento a impiegati delle Funzioni Centrali – ossia, a non appartenenti, al Corpo – l’organizzazione dei corsi di formazione di Agente, Sovrintendente ed Ispettore e financo la titolarità stessa della direzione di Scuole ed Istituti di formazione! Quasi ci fosse un progetto, a tavolino, per depotenziare il ruolo della Polizia Penitenziaria, anche nei suoi compiti di polizia stradale…
E questo è inaccettabile!

La Polizia Penitenziaria va utilizzata anche fuori dal carcere

Pensare ad un impiego della Polizia Penitenziaria esclusivamente nell’ambito interno delle carceri è estremamente riduttivo, ancorché fuorviante.
Penso ai quotidiani servizi di trasporto e piantonamento dei detenuti, alle videoconferenze, ai servizi di tutela e scorte, alla banca dati Dna, per citarne alcuni.
Ma si può fare di più per dare il nostro costante contributo alla sicurezza del Paese e dei cittadini.
Penso, ad esempio, alla creazione di Commissariati di Polizia Penitenziaria sul territorio, anche presso gli Uffici per l’Esecuzione Penale Esterna e la Giustizia Minorile, specificamente addetti al controllo delle misure alternative e dei vari provvedimenti dell’esecuzione penale, produrrà un inevitabile beneficio anche in termini di sicurezza sociale, preventiva e repressiva: un potenziamento assolutamente indispensabile per farsi carico dei controlli sull’esecuzione delle misure alternative alla detenzione, delle ammissioni al lavoro all’esterno, degli arresti domiciliari, dei permessi premio, sui trasporti dei detenuti e sul loro piantonamento in ospedale.

La mission della Polizia Penitenziaria

La mission della Polizia Penitenziaria, il suo ruolo, sono propri di un Corpo di Polizia: ovvero garantire l’ordine e la sicurezza, assicurando la pacifica convivenza dei cittadini. Ha una sua identità, una sua specificità, dei compiti istituzionali chiari e determinati.
Il Corpo di Polizia Penitenziaria ha dimostrato, negli anni, non soltanto di costituire un grande baluardo nella difesa della società contro la criminalità, ma ha anche dimostrato di avere in sé tutti i numeri, le capacità, le risorse, gli strumenti per impegnarsi ancora di più nella lotta contro la criminalità, per impegnarsi non soltanto dentro il carcere, ma anche fuori dal carcere.
C’è una classe di agenti, sovrintendenti, ispettori e dirigenti di eccellenza, ai quali possono essere affidati compiti e funzioni di assoluta importanza come le Dirigenze Generali dell’Amministrazione Penitenziaria.

 

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