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«Riformare la giustizia, ricomporre la frattura» #adessonews

Chiunque vinca anche se i pronostici sembrano assai chiari, dopo il 26 settembre avrà il compito di pensare a ricomporre una frattura esistente da 30 anni, e cioè dall’avvio di Tangentopoli, tra istituzioni, avviando e portando a compimento una riforma della giustizia moderna.
Berlusconi, diciamolo chiaramente, nei periodi in cui ha governato ha pensato solo a norme spezzatino che lo hanno aiutato personalmente ma che non hanno prodotto benefici sul sistema.
Il Pd, dal canto suo, sembra avere smarrito una certa tradizione libertaria, optando per una difesa corporativa della magistratura
Lo stesso dicasi per i cinquestelle, con le norme Bonafede cassate fortunatamente dal governo successivo
Una vera riforma della giustizia dovrebbe essere condivisa, fatta non contro la magistratura ma, nei limiti del possibile, insieme ad essa, guardando alle prospettive future e non all’ immediato.
Lasciando da parte separazione delle carriere e responsabilità civile dei giudici (per la seconda forse ci vorrebbe una modifica della carta) una delle prime urgenze è la riforma della custodia cautelare.
Il suo abuso, purtroppo, è noto sin dal 1992 e attraversa reati di ogni genere.
La carcerazione preventiva dovrebbe essere un fatto eccezionale e, per questo, necessita di un intervento legislativo serio.
Ci sono casi attivi di incensurati lasciati per anni in carcere, in attesa di giudizio, che gridano vendetta.
Così come non è pensabile che si resti in attesa di provvedimenti subendo la dura legge alternativa dei processi mediatici, dietro cui c’è gente che soffre e che, in molti casi, è anche innocente.
Un altro argomento sarebbe la depenalizzazione di reati che potrebbero diventare sanzione amministrativa e che intasano il lavoro giudiziario.
Gli ultimi provvedimenti della Cartabia sembrano mettere un bavaglio alla stampa e anche questa è una soluzione peggiore del male da combattere.
Per questo, sarebbe sacrosanto non rendere pubbliche intercettazioni o discussioni prive di significato penale che mettono nella stessa pentola presunti colpevoli e conclamati innocenti.
Altra cosa da fare sarebbe la cancellazione della legge Severino, che anticipa di fatto giudizi sul versante amministrativo e che colpisce con sospensioni azzardate.
Anche la legislazione antimafia, a mio avviso, andrebbe riguardata, nella parte ancora molto oscura del concorso esterno, spesso tramutatasi in assoluzioni tardive (Giacomo Mancini) dopo avere infangato il nome di persone integerrime.
Se vincerà il centrodestra, come sembra, il Pd e il terzo polo dovranno concorrere a creare le condizioni di una rivisitazione del sistema, non ignorando la questione sempre aperta dei collaboratori di giustizia.
Su di loro il giudizio è sempre dubbio, considerando il passato, ma è innegabile che possano essere prezioso strumento di investigazione.
La veridicità di quanto dicono, però, va accertata, e nel caso vanno introdotte pene aggiuntive se si tratta di dichiarazioni mendaci.
Anche il sistema di nomina, e con esso l’intero CSM, deve essere oggetto di modifica. Gli automatismi non premiano il merito, le valutazioni vanno fatte anche e soprattutto in considerazione delle risultanze delle operazioni effettuate. E il consiglio superiore deve abbandonare la logica del correntismo.
Una riforma della giustizia, anche modificando la costituzione, dovrebbe comportare ostacoli per i magistrati che vogliono candidarsi alle elezioni . Se si rafforza l’autonomia è giusto preservare l’equilibrio tra poteri, senza che nessuno travalichi l’altro, com’è successo in questi lustri.
Il ventennio di guerra tra magistratura e Berlusconi, leader allora indiscusso di una coalizione, ha impedito una riforma strutturale quanto mai necessaria.
La politica non deve autotutelarsi ma tutelare i cittadini dagli abusi, garantendo a tutti la libertà come valore assoluto.
La riforma va fatta non solo con i magistrati ma anche con gli avvocati, attori indispensabili delle garanzie costituzionali.
In fondo, ma non per ultimo, qualcuno dovrà occuparsi della vergogna delle carceri sovraffollate. Mancherebbero le condizioni per realizzare l’amnistia negata finanche a San Giovanni Paolo II, che la chiese invano alle Camere unite, ma la depenalizzazione, le misure alternative, soprattutto il recupero sociale sono sigilli di quella Carta di cui si parla troppo a sproposito e che viene quotidianamente ignorata

Giornalista*

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