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VISTO DAL COLLE/ Crisi del gas, ok di Mattarella al patto dei partiti (e Draghi?) #adessonews

Mattarella è contrario a dare l’incarico di formare il nuovo governo a Giorgia Meloni. Vero? Falso? Il giallo dell’ultima domenica di agosto ruota intorno a una smentita secca che di prima mattina parte dal Colle. “Sono del tutto privi di fondamento – vi si legge – articoli che presumono di interpretare o addirittura di dar notizia di reazioni o “sentimenti” del Quirinale su quanto espresso nel confronto elettorale. Questi articoli riflettono inevitabilmente soltanto le opinioni dell’estensore”.

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Chi è nel mirino del Colle? Nientemeno che il decano dei quirinalisti, l’autorevole Marzio Breda, reo di aver scritto che la dichiarazione della Meloni che si attende l’incarico per formare l’esecutivo del dopo Draghi in caso di vittoria del centrodestra “suscita ‘stupore’ sul Colle”. Breda riferisce che qualcuno con cui ha parlato al Quirinale gli ha fatto notare come sia una prerogativa del capo dello Stato nominare il premier e che non sia possibile autoproporsi.

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Nessun automatismo, insomma, secondo il retroscena. In punta di diritto (costituzionale) è innegabile che le cose stiano realmente così. E allora perché arriva precipitosa la smentita, già alle 9:30 di una sonnacchiosa domenica agostana? Perché Mattarella non può far passare il messaggio che a priori possa essere negato l’incarico alla Meloni, si aprirebbe da subito uno scontro terribile. Forse anche dalle parti della leader di Fratelli d’Italia è partita una telefonata con la richiesta di chiarimenti. Fatto sta che la frenata è brusca, e non può passare inosservata.

Vero che il Capo dello Stato ha ampio margine di manovra nella scelta della personalità da incaricare di formare il governo. Ma questa libertà non è assoluta. Deve seguire il criterio della fiducia da ottenere dalle Camere. Se leader di partito che rappresentano la maggioranza assoluta dei parlamentari dovessero indicare un nome, diventa difficile indirizzarsi altrove, se non impossibile. Il caso del 2018, quando Salvini e Di Maio avanzarono la candidatura di uno sconosciuto professore dell’Università di Firenze, Giuseppe Conte, parla chiaro: se Berlusconi, Salvini e la stessa Meloni dovessero avanzare il nome della leader di Fratelli d’Italia, Mattarella non potrebbe che prenderne atto.

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Ora, però, è tutto prematuro. Il centrodestra ha davanti a se elezioni da vincere, poi deve essere concorde nell’indicazione alle consultazioni. Bene spegnere le polemiche, e non dare alcuna impressione, né di essere a favore della Meloni, né di essere contro. Da qui la smentita, che stronca la narrazione di un Colle pronto a magheggi strani per evitare la leader della destra a Palazzo Chigi. Uno spin che pure tanto spazio ha avuto nei retroscena dei giornali.

Mattarella vuole rimanere terzo, ed eventualmente conservare le sue cartucce per fare il guardiano della Costituzione, tanto nel momento della formazione del governo, quanto durante la navigazione di questo. A sua disposizione una panoplia di poteri che va dalla moral suasion alla bocciatura di qualche ministro (Savona docet), sino al rinvio alle Camere di qualche legge. Chi vivrà, vedrà.

Nell’immediato la preoccupazione del Quirinale è massima per l’impennata del prezzo dell’energia, che si sta abbattendo su famiglie e imprese. E certo non mancherebbe la firma del Capo dello Stato su un decreto legge che ponga un freno al galoppo delle bollette, specie di fronte a una larga condivisione da parte delle forze politiche. È quello che sta avvenendo, e non solo per via della proposta di Calenda. Da Salvini a Letta, dall’alleanza Verdi-Sinistra Italiana ai moderati, tutti stanno invocando l’intervento del governo. Nonostante questo vasto consenso, è proprio Palazzo Chigi a frenare. Mancano i fondi, l’extra-gettito fiscale è stato impegnato tutto nel decreto aiuti bis di inizio agosto, rivelatosi acqua fresca, nonostante 14 miliardi messi in campo. Per trovare nuove risorse servirebbe l’ennesimo scostamento di bilancio, ma Draghi e i suoi ministri non sono convinti.

L’impressione è che nuove misure non siano imminenti, anche se la situazione viene attentamente monitorata. La ricerca di coperture alternative non sarà né facile, né immediata. Ma la crisi morde, i partiti invocano da Draghi di fare più in fretta possibile.

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