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LAVORO E POLITICA/ Le mosse giuste per accompagnare il Pnrr #adessonews

La pubblicazione dei dati Istat relativi all’andamento occupazionale del mese di luglio confermano la crescita del tasso di occupazione. Il superamento del 60%, stabile negli ultimi mesi, ci porta a dire che chi prevedeva un aumento di licenziamenti e un crollo dell’occupazione dopo la fine dei provvedimenti emergenziali del periodo di lockdown non conosce per niente il sistema produttivo del nostro Paese.

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L’incremento dei primi 7 mesi dell’anno è dovuto a una forte ripresa della produzione di alcuni settori dell’industria e da un recupero del settore turistico che ha superato il dato dell’ultima stagione pre-pandemia. A trainare l’aumento dell’occupazione è il lavoro dipendente, mentre quello autonomo non ha ancora recuperato il calo avuto con lo shock della crisi sanitaria. Ciò che resta negativo è il dato degli inattivi. Nonostante una crescente domanda di lavoro, il loro numero resta quello pre-crisi.

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Scomponendo i dati della crescita occupazionale, emerge che sono i gruppi di età ai due estremi che registrano la performance migliore. Cresce l’occupazione giovanile e quella della fascia più anziana. Resta ancora penalizzata, e contribuisce al dato degli inattivi, la classe di età intermedia. E ancora, è in questo gruppo che si registra il più forte squilibrio uomo-donna con un basso tasso di attività che punisce la componente femminile.

Il peso del mismatching fra domanda e offerta di lavoro trova in questo dato del tasso di attività delle età centrali una delle ragioni del suo impatto e indica a quali misure pensare per intervenire. Se invece di perdere tempo nelle polemiche pro o contro il blocco dei licenziamenti si fossero dedicate un po’ di riunioni all’analisi demografica del mercato del lavoro, sarebbe apparso chiaro che il mercato si stava restringendo e che rischiamo di avere un autunno con molte esigenze delle imprese senza risposta.

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Lasciando da parte il mismatching registrato all’accesso di giovani al mercato del lavoro, i dati demografici indicano chiaramente che il mercato inizia a registrare una mancanza di persone che vogliano partecipare attivamente. Se non si sviluppano iniziative per aumentare il tasso di attività, ci si avvia ad avere una carenza di offerta di lavoratori che frenerà la spinta della ripresa.

Per la classe centrale di età sono due le componenti principali che tendono a limitare gli ingressi al lavoro. Il motivo principale è la carenza formativa. Molti sono fuori da tempo da ogni attività o hanno competenze non più corrispondenti ai processi produttivi. La fascia di lavori manuali che non richiedono particolare formazione sono spesso lavori poveri che non attraggono chi fra lavoretti in nero e pubblici sostegni al reddito può scegliere di non impegnarsi per un’attività più strutturata. A questi si aggiungono ex lavoratori che hanno competenze obsolete e che non hanno ricevuto nessuna opportunità per aggiornare le proprie competenze, recuperando un’occupabilità che è andata dispersa.

Alla questione della formazione si aggiunge la carenza di politiche e servizi a sostegno delle famiglie e della maternità. L’assegno famigliare per i figli è solo da poco entrato in funzione e non ha ancora inciso sui comportamenti generalizzati. Sicuramente, se sarà anche implementato come dichiarato da più parti, potrà incidere e determinare un cambiamento strutturale nel tasso di attività femminile. A questa politica di sostegno economico deve aggiungersi un impegno importante per la realizzazione di strutture per nidi e materne. Anche senza arrivare all’obbligo di frequentare le scuole dell’infanzia bisogna dotare il Paese con un numero di strutture che assicurino la possibilità per tutti di poter fruire di un servizio essenziale per sostenere il tasso di occupazione, o meglio il diritto al lavoro, femminile.

Se sulla parte di investimenti strutturali per i servizi per l’infanzia dobbiamo aspettare che si realizzi quanto finanziato nel Pnrr, resta invece da implementare quanto si può già mettere in campo. Chi deve fare e cosa fare per sostenere politiche di rafforzamento dell’offerta di lavoro è stato molto discusso, ma i ritardi si stanno accumulando. Da tempo è evidente che nel nostro Paese non si è organizzato un sistema di servizi al lavoro che prendano in carico le persone che cercano impiego, siano essi disoccupati o occupati che vogliono migliorare la propria collocazione lavorativa.

Nel Pnrr sono state previste misure in questo senso. Un programma importante per l’adeguamento delle competenze delle persone sia occupate che disoccupate finalizzato a difendere l’occupabilità di tutti con un aggiornamento o un rinnovamento delle competenze individuali.

Insieme al programma “nuove competenze” si è avviato il programma Gol, che vuole essere il modello di politiche attive del lavoro che assicura servizi per la ricollocazione lavorativa di chi ha perso o cerca lavoro. Iniziative che centrano il problema e che stanziano le risorse necessarie per avviare il sistema. Soprattutto dovrebbero, le due misure assieme, essere finalizzate esplicitamente ad aumentare il tasso di attività complessivo.

Il limite però che balza all’occhio è il ritardo con cui stanno decollando. La delega alle Regioni fa sì che abbiamo modelli diversi e che qualche regione non sia ancora partita. I dati anche delle regioni più attive sono però distanti dagli obiettivi prefissati. Servirebbe una mobilitazione di soggetti attivi e invece si tende a tenere tutto sotto traccia.

L’Italia non considera ancora la formazione continua e le politiche attive del lavoro come parte fondamentale del welfare di un Paese che dà centralità al lavoro. Paghiamo inoltre la logica statalista per cui pubblico è solo se statale. Se vogliamo che decollino velocemente i nuovi servizi al lavoro, e non ci si ritrovi con un imbuto stretto nel pieno della crisi autunnale, serve il coraggio di dare anche agli operatori del mercato del lavoro autorizzati e accreditati la possibilità di operare al fianco dei Centri per l’impiego e creare servizi universali.

Il tasso di attività e la carenza di lavoratori con le competenze adeguate chiedono un intervento capace di smuovere tutte le energie disponibili.

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