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ELEZIONI 2022/ Il gioco dei ruoli post-25 settembre mentre le imprese chiudono #adessonews

Nell’ultima domenica di campagna elettorale è andata in scena la sfida delle piazze. I numeri dicono che la vittoria è andata a Matteo Salvini, il quale ha radunato il popolo leghista a Pontida mentre Enrico Letta ha dovuto accontentarsi di mezzo migliaio di sindaci Pd in piazza dell’Arengario a Monza. L’ultimo vero partito popolare ha rinnovato il suo rito sul “pratone” bergamasco, che Letta ha squalificato a “provincia dell’Ungheria” benché si trovi a una trentina di chilometri dal capoluogo brianzolo. Invece che sulle presenze, il segretario del Pd ha preferito insistere sui simbolismi: Monza, emblema del Nord che lavora, capitale del berlusconismo, roccaforte del centrodestra espugnata dalla sinistra in extremis alle ultime amministrative. “Tutto è ancora possibile”, osa sperare Letta nel momento in cui Salvini, davanti allo storico pratone stracolmo di militanti fa firmare a ministri e governatori del partito i sei punti ai quali la Lega vincolerà la propria presenza in un futuro governo.

MISURE ANTI-CRISI/ La verità sui sostegni a imprese e famiglie nascosta dal governo

Stop al caro bollette, riforma dell’autonomia, flat tax e pace fiscale, quota 41 per le pensioni, ripristino dei decreti sicurezza e, infine, una giustizia giusta: questa l’agenda di Salvini sottoscritta da tutto lo stato maggiore leghista. Che ha insistito sul tema del lavoro, in particolare per i giovani che non possono rimanere precari a vita. Dal protone di Pontida all’Arengario, la sfida di ieri è stata impegni concreti contro slogan.

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L’obiettivo del centrosinistra italiano, dei Paesi che contano nell’Unione Europea e dei poteri forti d’Oltreoceano non è impedire la vittoria del centrodestra o ostacolare l’arrivo di Giorgia Meloni a Palazzo Chigi (anzi), ma azzoppare Salvini e la Lega; magari contando di spaccare il partito e recuperare la Lega dei governatori. Venerdì su Repubblica Stefano Folli l’ha scritto con chiarezza – così come il Sussidiario qualche giorno prima –: da Bruxelles a Washington, il filo rosso che unisce le diplomazie occidentali alla vigilia del voto in Italia è fare di tutto perché Salvini resti escluso dal prossimo governo. La campagna elettorale del centrosinistra che era iniziata con un’orgogliosa rivendicazione dei diritti – ius scholae, legge Zan, fine vita – ha subito una vera svolta. Letta, paradossalmente, non se la prende con la probabile vincitrice, con cui invece conversa amabilmente nel salotto del Corriere della Sera, ma con la Lega.

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In questo modo, dal dibattito pubblico scivola in secondo piano la crisi economica ed energetica che ha già cominciato a toccare migliaia di famiglie e di imprese. Ai tagli delle forniture di gas russo ora si potrebbe aggiungere la riduzione dell’energia dalla Francia, orientata a tenere per sé la produzione nazionale delle centrali nucleari. L’austerity degli anni Settanta, che costrinse milioni di italiani a circolare a targhe alterne e a dormire al freddo, potrebbe essere un paradiso se le autorità dovessero contingentare l’utilizzo stesso della corrente elettrica in determinati orari.

Ma di queste cose non si vuol parlare: la campagna elettorale ora si fa sulla patente di atlantismo e sul soccorso rossonero che i centristi di Calenda e Renzi potrebbero portare a un eventuale governo Meloni senza Salvini. Con una sorta di “accordo” tacito tra Meloni e Letta pronto a ereditare il ruolo finora svolto dalla leader di Fratelli d’Italia: opposizione dura ma “responsabile” pronta a votare i provvedimenti che salvaguardino la fedeltà occidentale dell’Italia.

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