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Elezioni comunali del 12 giugno: date, città, candidati #adessonews

Domenica 12 giugno i cittadini di oltre 900 comuni andranno al voto per eleggere sindaci e consiglieri comunali. In totale saranno 974 i centri che voteranno per le amministrative in questa tornata. Alle urne 26 capoluoghi di Provincia: tra questi anche quattro capoluoghi di Regione (Catanzaro, Genova, L’Aquila e Palermo). Si vota anche per i referendum sulla giustizia

Domenica 12 giugno i cittadini di oltre 900 comuni italiani saranno chiamati al voto per eleggere sindaci e consiglieri comunali. Le urne resteranno aperte dalle ore 7 alle ore 23. Nello stesso giorno i cittadini di tutta Italia sono chiamati al voto per decidere sui cinque quesiti referendari sulla giustizia. L’eventuale turno di ballottaggio per l’elezione diretta dei sindaci è stato fissato per domenica 26 giugno. 

Dove si vota

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Complessivamente, considerando tutte le regioni, sono interessati gli elettori di 974 comuni, di cui 756 appartenenti a Regioni a statuto ordinario e 218 a Regioni a statuto speciale. Alle urne andranno 26 comuni capoluogo di Provincia: Alessandria, Asti, Barletta, Belluno, Catanzaro, Como, Cuneo, Frosinone, Genova, Gorizia, L’Aquila, La Spezia, Lodi, Lucca, Messina, Monza, Oristano, Padova, Palermo, Parma, Piacenza, Pistoia, Rieti, Taranto, Verona e Viterbo. Quattro di questi sono anche capoluogo di Regione: Catanzaro, Genova, L’Aquila e Palermo. In totale, 142 sono comuni “superiori”, cioè centri con più di 15mila abitanti.

I candidati nei capoluoghi

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A L’Aquila, capoluogo dell’Abruzzo, sono quattro i candidati alla carica di sindaco. Il sindaco uscente Pierluigi Biondi corre per un secondo mandato col sostegno del centrodestra. Nel capoluogo della Liguria, Genova, sono sette i candidati. Il sindaco uscente Marco Bucci corre per un secondo mandato, sostenuto dal centrodestra. A Palermo si deve scegliere il successore di Leoluca Orlando, che dopo due mandati di seguito non può ricandidarsi. In tutto i candidati in lizza sono sei: il centrodestra si presenta unito a sostegno dello stesso candidato, Roberto Lagalla, mentre Partito Democratico e Movimento 5 Stelle convergono sul nome di Franco Miceli. A correre per la carica di sindaco a Catanzaro, capoluogo calabro, sono 6 candidati. Nelle liste non è presente l’attuale sindaco Sergio Abramo. Il centrodestra si presenta separato con diversi candidati, mentre Pd e Movimento 5 stelle appoggiano la candidatura di Nicola Fiorita.

Come si vota

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Per votare i cittadini, dovranno recarsi ai seggi con la scheda elettorale e un documento di identità. Le modalità di espressione del voto cambiano in funzione della popolazione dei comuni. Nei comuni fino a 15.000 abitanti si può tracciare un segno sul nominativo del candidato sindaco o sul contrassegno della lista a lui collegata o su entrambi: in ogni caso, il voto viene attribuito sia alla lista di candidati consiglieri che al candidato. Viene eletto sindaco il candidato che ottiene il maggior numero di voti. Nei comuni con più di 15.000 abitanti invece si può tracciare un solo segno sul rettangolo di un candidato sindaco, senza segnare alcun contrassegno di lista: in questo caso il voto viene attribuito solo al candidato. Si può poi tracciare un segno solo su una delle liste o tracciare due segni, uno sul nominativo del candidato sindaco e una su quello delle liste a lui collegate: in entrambi i casi il voto viene attribuito sia al candidato sia alla lista. Infine si può esprimere un voto disgiunto, tracciando un segno sul nominativo del candidato e un altro su una delle liste non collegate: in questo caso il voto viene attribuito sia al candidato sindaco sia alla lista. È eletto sindaco al primo turno il candidato che ottiene la maggioranza assoluta dei voti validi (almeno il 50% più uno). Se nessun candidato raggiunge la soglia si tornerà a votare domenica 26 giugno per il ballottaggio tra i due candidati più votati. All’eventuale turno di ballottaggio il voto si esprime tracciando un segno su uno dei due rettangoli con il nominativo del candidato sindaco.

Protocollo Covid

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Per garantire la sicurezza dei cittadini che andranno a votare e prevenire il rischio contagio ai seggi è stato adottato un protocollo condiviso dal Viminale e dal Ministero della Salute, che i relativi ministri hanno firmato l’11 maggio scorso. Sarà necessario evitare, in ogni modo, rischi di aggregazione e di affollamento; assicurare che sia indossata la mascherina chirurgica da parte di tutti; garantire l’adeguata aerazione negli ambienti al chiuso, favorendo, in ogni caso possibile, quella naturale; disporre una efficace informazione e comunicazione. Le cabine elettorali dovranno essere distanziate e sarà obbligatorio predisporre dispositivi di distribuzione di detergenti all’ingresso e all’esterno del seggio. Tutti gli elettori avranno l’obbligo di indossare la mascherina chirurgica. Dopo aver votato, la circolare raccomanda di ripiegare le schede e provvedere a “inserirle personalmente nelle rispettive urne”. È raccomandato l’utilizzo della mascherina chirurgica da parte degli scrutatori e dei presidenti di seggio, dispositivo che deve essere sostituito ogni 4-6 ore e comunque ogni volta risulti inumidito o sporco o renda difficoltosa la respirazione. Inoltre, per garantire il diritto di voto a chi è positivo, in trattamento domiciliare o in isolamento fiduciario, i Comuni potranno istituire “seggi speciali per la raccolta del voto domiciliare”, oltre alle sezioni ospedaliere. Per accedervi i cittadini dovranno far pervenire al sindaco del comune nelle cui liste sono iscritti, in un periodo compreso tra il 10° e il 5° giorno prima della votazione, una dichiarazione con la volontà di esprimere il voto con l’indirizzo completo di questo e un certificato medico che attesti la positività.

La legge elettorale

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La legge elettorale per le elezioni amministrative prevede regole diverse a seconda della grandezza dei comuni. In quelli sopra i 15mila abitanti, se nessuno dei candidati riesce a ottenere il 50% dei voti (40% in Sicilia), si deve tenere un ballottaggio tra i due più votati. Nei comuni sotto i 15mila abitanti, le elezioni amministrative si svolgono invece in un unico turno: a essere eletto è il candidato capace di ottenere anche un solo voto in più rispetto ai suoi avversari. Nei comuni fino a 15mila abitanti, alle liste collegate al sindaco eletto vengono assegnati due terzi dei seggi totali, mentre gli altri seggi vengono ripartiti proporzionalmente tra le altre liste. Nei comuni con più di 15mila abitanti esiste invece una soglia di sbarramento: le liste che prendono meno del 3% dei voti validi vengono escluse e non entrano in consiglio comunale. Le liste collegate al sindaco eletto con almeno il 40% dei voti, o eletto al ballottaggio, si vedono assegnate il 60% dei seggi grazie al premio di maggioranza. Il numero di consiglieri comunali varia in base alla popolazione: si va da un minimo di 10 a un massimo di 48 eletti. Per i capoluoghi il numero di consiglieri è almeno 32, mentre nelle città con più di 250mila abitanti il numero sale a 36, per arrivare a 40 sopra i 500mila abitanti.

I cinque referendum

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È stata fissata per domenica 12 giugno la data in cui si voterà su cinque referendum abrogativi in tema di giustizia. I quesiti referendari, promossi da Lega e Radicali, sono stati dichiarati ammissibili dalla Corte costituzionale lo scorso 16 febbraio. Per votare, verranno date ai cittadini cinque schede di colore diverso (rosso, arancione, giallo, grigio, verde). Essendo un referendum abrogativo, bisognerà segnare la casella del sì per abolire la legge in questione o, al contrario, quella del no per mantenere la norma allo stato attuale. Nello specifico, i cittadini dovranno esprimersi sui seguenti quesiti: l’abolizione del decreto legislativo 235 del 2012, detto anche legge Severino, che disciplina i requisiti di incandidabilità e decadenza. Tra i quesiti anche quello che propone l’abrogazione delle norme in materia di elezioni dei componenti togati del Consiglio superiore della magistratura. Si propone l’abolizione delle norme sulle competenze dei membri laici nei Consigli giudiziari, organi ausiliari composti da cariche appartenenti alla magistratura e laici (professori universitari e avvocati) che esprimono “motivati pareri” su diversi ambiti, tra cui le valutazioni di professionalità dei magistrati. Si voterà anche il referendum per la separazione delle funzioni dei magistrati, con la richiesta di abrogazione di quelle norme che attualmente consentono il passaggio nella carriera dei magistrati dalle funzioni giudicanti (giudice) a quelle requirenti (pubblico ministero) e viceversa. Infine si vota per il quesito che vuole limitare le misure cautelari, con abrogazione dell’ultimo inciso dell’art. 274, comma 1, lett. c), c.p.p., in materia di misure cautelari e di esigenze cautelari nel processo penale, abrogando tra le motivazioni quella della possibile reiterazione del reato.

Politica

Referendum giustizia, per cosa si vota il 12 giugno: i quesiti

Promossi da Lega e radicali, sono stati dichiarati ammissibili dalla Corte costituzionale lo scorso 16 febbraio. Dall’abrogazione del decreto Severino alla riforma delle elezioni del Csm, fino alle misure cautelari: ecco tutto quello che c’è da sapere

È stata fissata per domenica 12 giugno la data in cui si voterà su cinque referendum abrogativi in tema di giustizia. I quesiti referendari, promossi da Lega e radicali, sono stati dichiarati ammissibili dalla Corte costituzionale lo scorso 16 febbraio. Ecco quali sono e tutto quello che c’è da sapere sui quesiti

ABROGAZIONE DECRETO SEVERINO – Uno dei quesiti di bandiera mira ad abolire il decreto legislativo 235 del 2012, detto anche legge Severino. Prescrive che chi viene condannato in via definitiva a più di due anni di carcere per reati di allarme sociale, contro la pubblica amministrazione e non colposi (per i quali è comunque prevista la reclusione) diventa incandidabile. La condanna definitiva per uno dei reati suddetti determina la decadenza del mandato

Se vincerà il sì al referendum i concetti di incandidabilità e decadenza verranno abrogati e anche ai condannati in via definitiva verrà concesso di candidarsi o di continuare il proprio mandato. Eventuali divieti di ricoprire cariche torneranno a essere decisi dal giudice, chiamato a decidere caso per caso, come è avvenuto fino al 2012 prima dell’entrata in vigore della legge Severino

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