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LAURA PAUSINI E IL CASO BELLA CIAO/ Meloni, ecco perché gli artisti sono di sinistra #adessonews

C’è chi dice no, come cantava Vasco Rossi, e subito scoppia lo scandalo. Internazionale questa volta. E’ successo che Laura Pausini, la nostra cantante più nota al mondo, era ospite alla tv spagnola per presentare la nuova edizione del programma La Voz, la versione spagnola di The Voice. Insieme a lei gli altri giudici. Sono intenti a fare dei giochi musicali, ad esempio intonare brani che contengano la parola “corazòn”, cuore, e lei intona Cuore matto di Little Tony. Gli altri, a corto di cultura musicale italiana, la scambiano per Bella ciao che in Spagna recentemente è diventata conosciutissima per essere stata usata ne La casa di carta e si mettono a cantarla. Sicuramente non hanno idea a cosa faccia riferimento quel brano, un po’ come quando nelle tavolate fra amici si attacca a cantare ‘O surdato ‘nnammurato. A quel punto la Pausini sbotta e interrompe tutti: “E’ un brano troppo politico, non intendo cantare canzoni politiche”. Scoppia sui social italiani la polemica: ma come si permette, ma come è ignorante, non è una canzone politica, è un inno alla libertà. Qualcuno fa propaganda elettorale: “Per noi italiani dovrebbe essere motivo di orgoglio e unità perché l’antifascismo è il valore fondante della nostra Costituzione”. La Pausini ha avuto almeno il merito di far capire agli spagnoli che Bella ciao non è una canzonetta qualunque ma è legata a un periodo storico e ha contenuti precisi, ma forse, proprio per i contenuti eccessivi che sono stati dati a questa canzone, avrebbe fatto meglio a riderci sopra e cantarla anche lei. 

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Da sempre Bella ciao è associata alla Giornata della Liberazione dal nazi-fascismo, le Festa del 25 aprile. In realtà risale a molto tempo prima, ai primissimi anni del Novecento ed era un canto delle mondine, le donne che raccoglievano il riso spezzandosi la schiena nelle risaie, e significava lo sfiorire della giovinezza a causa del duro lavoro di quelle donne. Trasformata nel testo, venne utilizzata come canto di saluto alle proprie amate da parte dei partigiani in partenza. Quindi la Pausini ha avuto ragione a definirla un canto politico o no? A noi viene da dire: che noia, che barba questo strumentalizzare tutto in chiave politica. Poco importa, più interessante è la questione che si è posta Giorgia Meloni in un recente comizio: “È possibile che un partito stimato al 27% non abbia nemmeno un sostenitore nel mondo dello spettacolo?”. La risposta se l’è data lei da sola: “È perché dichiarare simpatie di destra gli impedirebbe di lavorare nel mondo dello spettacolo? È questa la democrazia?”. Sì, è così, da sempre. La sinistra ha saputo agire in modo intelligente infilandosi nei gangli del sistema culturale italiano, ma non solo. Occupare il sistema da dentro è una tattica vincente. Basti pensare alla magistratura. Nel mondo dello spettacolo poi ancora di più.

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Pensiamo al cantautore Claudio Chieffo censurato e messo all’angolo per tutta la vita perché cattolico dichiarato. O Lucio Battisti, definito fascista perché invece di cantare canzoni impegnate ne cantava solo d’amore (a parte che i testi li scriveva Mogol, ma una canzone come Anche per te è una delle più magnifiche canzoni sulla condizione della donna sfruttata e emarginata). Gramsci la chiamava “egemonia culturale della sinistra”. Naturalmente, un artista se è un vero artista ha uno spirito libero. I cantautori degli anni 70 vivevano con disagio l’imposizione per la quale per poter suonare dovevano esibirsi forzatamente ai Festival dell’Unità. Lo cantava Edoardo Bennato in Feste di piazza e Francesco Guccini ne L’avvelenata.

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Ma va riconosciuta una cosa: chi a destra potrebbe scrivere una canzone sui disoccupati, sui migranti, sugli emarginati, i senza tetto, i tossici? In una parola: i perdenti? Lo facevano Fabrizio De André e Enzo Jannacci, anarchico il primo, di sinistra il secondo. Per quanto oggi la sinistra sia solo un ricordo del passato, è inutile fare vittimismo come fa la Meloni: certi argomenti stanno a cuore a chi proviene da una cultura di sinistra, che oggi, è vero, non esiste più, i cui esponenti saranno pure solo dei radical chic da talk show televisivo, influencer patinati, esponenti di una ignoranza di massa relativizzata in un pensiero politicamente corretto. Ma a destra? Ci possiamo immaginare una canzone sulla flat-tax? O sul blocco dei barconi? Boh, fate un po’ voi. Alla fine di tutto aveva ragione già vent’anni fa Pigi Battista nel saggio “Il partito degli intellettuali” (2001): “Non c’è stato nessun diktat poliziesco, nessuna imposizione autoritaria alle origini dell’egemonia. Semplicemente, a differenza dei suoi avversari, la sinistra ha conferito alla cultura uno status e un rango di incomparabile valore”.

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